Blog Scenari

L'Italia è penultima in Europa per uso dell'IA fra le persone

Eurostat: nel 2025 il 20% degli italiani fra 16 e 74 anni ha usato strumenti di IA generativa, contro il 33% medio dell'Unione. E chi in Europa non li usa, in larga maggioranza, non dichiara paura ma indifferenza.

Il numero viene da Eurostat, l'ufficio statistico dell'Unione europea, e si riferisce al 2025: nell'Unione il 33% delle persone fra 16 e 74 anni ha usato strumenti di intelligenza artificiale generativa nei tre mesi precedenti l'intervista. Per «generativa» si intendono i sistemi che, a partire da una richiesta scritta, producono testo, immagini, audio o codice: i programmi di conversazione tipo assistente, i generatori di immagini, gli strumenti di traduzione e riscrittura. In Italia quella quota è il 20%.

Sotto di noi, nell'Unione, c'è soltanto la Romania, al 18%. Subito sopra la Bulgaria, al 23%. In testa Danimarca (48%), Estonia e Malta (entrambe 47%), Finlandia (46%); fuori dall'Unione, Norvegia al 56%. La tentazione è leggere la riga come una classifica di arretratezza e passare oltre: il dato interessante, però, non è la posizione, è il motivo che danno quelli che non la usano.

Che cosa misura esattamente quel 20%

La fonte è l'indagine europea sull'uso delle tecnologie dell'informazione nelle famiglie e da parte degli individui — la stessa rilevazione da cui Istat ricava i dati italiani su internet e competenze digitali. Eurostat la pubblica nei dataset isoc_ai_iaiu e isoc_ai_iaiuxr; i valori citati qui sono stati estratti a marzo 2026. Nella maggior parte dei Paesi la raccolta avviene nel secondo trimestre e le domande riguardano i tre mesi precedenti.

Questo fissa l'asticella, e l'asticella è bassa: per entrare nel 20% basta avere usato una volta uno strumento di IA generativa in tre mesi. Chi ha provato un assistente per curiosità e chi lo tiene aperto otto ore al giorno finiscono nella stessa casella. La distanza fra 20% e 33% è quindi una distanza nel numero di persone che ci hanno almeno messo le mani, non un divario di produttività.

Seconda avvertenza. Il valore aggregato 16-74 mescola fasce d'età che si comportano in modo molto diverso, e i Paesi europei hanno strutture demografiche diverse: a parità di comportamento di ogni fascia, un Paese più vecchio finisce più in basso. Quanto del ritardo italiano sia età e quanto comportamento, dai dati pubblicati non si ricava, perché Eurostat non scompone l'uso per Paese e per età insieme.

Il salto di generazione, e quello di istruzione

I divari interni al dato europeo sono molto più larghi del divario fra Paesi. Nella fascia 16-24 anni l'uso arriva al 64%; fra i 65-74 anni si fermano al 7%. Fra le persone con un titolo di studio elevato la quota è del 49%. La differenza di genere esiste ma è piccola in confronto: 35% gli uomini, 30% le donne.

Conta anche il perché la usano. Eurostat scrive che «l'uso privato è lo scopo più indicato in assoluto», pur rilevando usi professionali e di studio: l'istruzione formale è concentrata fra i giovani, con il 62% nella fascia 16-24, mentre fra i 25 e i 64 anni «oltre il 50% delle persone usa l'IA generativa per scopi legati al lavoro». Sono aggregati europei, non riportati Paese per Paese: all'Italia non si possono attribuire.

Chi non la usa non ha paura: non ne vede il senso

È la parte del rilevamento che rovescia il racconto corrente. A chi non ha usato strumenti di IA generativa è stato chiesto perché, e nel 64% dei casi la risposta è che semplicemente non ne sentiva il bisogno. Seguono, molto staccati: il 14% che non è sicuro di come si usino, il 9% che non sapeva che esistessero, il 7% preoccupato per privacy e sicurezza. Eurostat conclude che «l'ostacolo principale è che le persone non considerano questi strumenti rilevanti».

Sette per cento. Chi lavora in questo settore passa buona parte del tempo a discutere di dove finiscono i prompt e di chi addestra cosa — io compreso, ed è giusto farlo, perché quando il problema c'è è serio. Ma come spiegazione del mancato uso di massa la privacy pesa un decimo dell'indifferenza. La barriera non è il timore né l'ignoranza tecnica: è che la persona non vede a cosa le serva. Chi introduce strumenti di IA dovrebbe prenderne nota: l'obiezione che riceverà non è «non è sicuro», è «a me cosa cambia».

Il contesto italiano: connessi quasi tutti, competenti poco più di metà

I numeri italiani li dà Istat, nel comunicato «Cittadini e ICT» del 22 aprile 2026, riferito al 2025. L'accesso non è più il problema: l'87,3% delle famiglie ha un collegamento a internet e l'83,1% della popolazione di sei anni e più ha usato la rete nei tre mesi precedenti l'intervista. Istat scrive che «l'uso della rete ha raggiunto livelli prossimi alla saturazione per gran parte della popolazione».

Il problema è quello che si sa fare una volta collegati. La quota di persone fra 16 e 74 anni con «competenze digitali almeno di base» — un indicatore europeo che somma capacità elementari in più aree, dalla ricerca di informazioni alla gestione dei file alla sicurezza — è il 54,3% nel 2025, in crescita di 8,4 punti sul 2024. Istat annota che «resta però lontano l'obiettivo europeo che punta, entro il 2030, a una quota dell'80%».

Un salto di 8,4 punti in dodici mesi su un indicatore di competenze è grosso, e indicatori compositi di questo tipo si muovono anche quando cambia il questionario. Il comunicato non spiega da cosa derivi l'accelerazione e non l'ho verificato: lo segnalo perché chi trova la cifra in un rapporto non la prenda per una tendenza consolidata.

Il volume «Percorsi digitali della popolazione italiana», pubblicato da Istat il 26 febbraio 2026, riporta il 45,9% di persone con competenze almeno di base, l'Italia al 22° posto in Europa — oltre 6 punti sotto la Germania, 14 sotto la Francia, 20 sotto la Spagna — e un Mezzogiorno al 36,1% contro il 51,3% del Nord. Le due cifre non si contraddicono: 45,9 più 8,4 fa 54,3, quindi il volume fotografa il 2024 e il comunicato di aprile il 2025.

Gli altri divari italiani hanno la stessa forma di quelli europei sull'IA: il collegamento a internet è nel 98,5% delle famiglie con almeno un laureato e scende al 66,5% dove il titolo più alto è la licenza media; l'uso della rete è sopra il 95% fra gli 11 e i 44 anni, al 72,5% fra i 65-74 e al 35,7% sopra i 75; il Mezzogiorno si ferma al 78,5% contro un Centro-Nord sopra l'85%.

Che cosa cambia per chi deve portarla dentro un'azienda

Da questi numeri escono tre conseguenze pratiche, e sono conseguenze mie, non affermazioni delle fonti.

La prima: il collo di bottiglia non sono le licenze, è la rilevanza percepita. Se il 64% di chi non usa l'IA dice che non ne ha bisogno, un progetto che consiste nel comprare posti e mandare una circolare produrrà un utilizzo basso e un responsabile convinto che il personale sia refrattario. La formazione che funziona parte dal compito, non dallo strumento: questa pratica, questa mail ricorrente, questo controllo che fai a mano ogni lunedì.

La seconda: il gradiente per età e istruzione esiste anche dentro l'organico, e un'introduzione che dia per scontato che ciascuno impari da sé produce due velocità nello stesso ufficio. Non è questione di buona volontà ma di punto di partenza: chi ha competenze digitali di base impara in un pomeriggio, chi non le ha non impara da un manuale.

La terza riguarda la protezione dei dati. Se lo scopo più diffuso è quello privato, e se nelle fasce in età da lavoro oltre la metà di chi la usa la usa anche per lavoro, lo strumento entra in azienda prima di qualunque decisione aziendale: su account personale, con dentro quello che la persona ha sottomano. Non è una previsione, è la lettura diretta di «l'uso privato è lo scopo più indicato in assoluto». Per questo una regola scritta serve prima del progetto: non per vietare, ma per dire quali strumenti, quali dati e quali account.

Che cosa è dato e cosa è ragionamento

Le cifre su Paesi, età, istruzione, scopi e motivi del non uso vengono dall'articolo Eurostat «Use of artificial intelligence by individuals», dati 2025 estratti a marzo 2026; quelle italiane su internet e competenze dai due documenti Istat citati in fondo. Le traduzioni dall'inglese sono mie. Sono invece ragionamenti e non dati: l'ipotesi sulla struttura per età, le tre conseguenze organizzative e il rilievo sul salto di 8,4 punti. Nessuna cifra qui è una misura su campioni aziendali italiani: sono statistiche sulla popolazione.

Da dove partire, concretamente

Il dato nazionale serve a inquadrare, non a decidere. La prima cosa utile è misurare il proprio: cinque domande ai collaboratori — se hanno usato uno strumento di IA generativa negli ultimi tre mesi, quale, per cosa, con account aziendale o personale, e cosa li ha fermati se non l'hanno fatto. Costa un pomeriggio e dice più del 20% italiano, che è la media di un Paese e non la tua.

La seconda è scrivere la regola prima dell'acquisto: elenco degli strumenti ammessi, categorie di dati che non escono, obbligo dell'account aziendale. Una pagina, non un regolamento.

La terza è scegliere due compiti ripetitivi e misurabili e partire da quelli, con le persone che li svolgono: è il modo di rispondere alla domanda «a me cosa cambia» con un fatto e non con una presentazione. L'ultima è non usare il 20% come alibi. Nella fascia 16-24 anni, in Europa, si è al 64%: chi assume oggi assume persone che l'IA la usano già, e la sola scelta che resta all'azienda è se la useranno su un account che conosce o su uno che non conosce.