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Il traguardo europeo del 75 per cento non parla di intelligenza artificiale

Il rapporto della Commissione sul decennio digitale mette in fila le percentuali di adozione. Prima di confrontarle conviene sapere che cosa misurano: tre numeri diversi rispondono a tre domande diverse.

Capita di leggere, nello stesso pezzo, che in Europa solo il venti per cento delle imprese usa l’intelligenza artificiale e che l’obiettivo europeo è arrivare al 75 per cento entro il 2030. Affiancati, i due numeri raccontano una rincorsa disperata: cinquantacinque punti in quattro anni. Il problema è che non misurano la stessa cosa. Il secondo, letto nel documento che lo istituisce, non è un obiettivo sull’intelligenza artificiale.

Vale la pena smontarlo, perché è il tipo di confusione che arriva poi in riunione sotto forma di «siamo indietro» o «siamo in media», senza che nessuno abbia controllato rispetto a che cosa.

Che cosa dice davvero il traguardo del 75 per cento

Il 75 per cento sta nella decisione (UE) 2022/2481 del 14 dicembre 2022, quella che istituisce il programma strategico per il decennio digitale 2030. L’articolo 4 elenca i traguardi quantificati. Quello sulle imprese, nel testo inglese, dice: «at least 75 % of Union enterprises have taken up one or more of the following, in line with their business operations», e sotto elenca tre voci: «cloud computing services», «big data», «artificial intelligence».

Le quattro parole che cambiano tutto sono one or more, cioè «una o più». Il traguardo è raggiunto da qualunque impresa che abbia adottato almeno una delle tre tecnologie. Un’azienda che ha spostato posta elettronica e archivio dei file su un fornitore cloud e non ha mai sentito parlare di modelli linguistici è già dentro il conteggio. Il 75 per cento si può centrare senza che una riga di intelligenza artificiale entri in un processo aziendale.

Nello stesso articolo c’è l’altro traguardo sulle imprese: «more than 90 % of Union SMEs reach at least a basic level of digital intensity», cioè più del 90 per cento delle piccole e medie imprese che raggiunge un livello almeno di base di intensità digitale: un indice che conta quante tecnologie digitali elementari un’impresa impiega. Non è l’IA, è l’alfabetizzazione.

Dove sta l’Europa, voce per voce

Il rapporto della Commissione sullo stato del decennio digitale è stato pubblicato il 17 giugno 2026. La pagina che raccoglie il pacchetto dà i tre numeri separati: «in 2026, 46.7% of EU enterprises use cloud computing, 39.9% use data analytics, and nearly 20% deploy Artificial Intelligence (AI)». Quindi: cloud al 46,7 per cento, analisi dei dati al 39,9, intelligenza artificiale a poco meno del 20.

La stessa pagina aggiunge una variazione che spiega perché il tema è caldo: «AI adoption increased by 48% in 2025 compared to the previous year», un più 48 per cento di adozione in un anno. È una crescita della quota di imprese adottanti, non del volume di lavoro svolto dalle macchine: sono due cose che vengono spesso scambiate.

Il valore dell’indicatore composito — la quota di imprese che ha adottato almeno una delle tre tecnologie, cioè il numero da confrontare col 75 per cento — non è leggibile nelle pagine consultabili per questo articolo: sta nello strumento interattivo di visualizzazione, che non restituisce testo. Si può però dire una cosa con certezza aritmetica: se il 46,7 per cento delle imprese usa il cloud, l’indicatore composito non può essere inferiore al 46,7 per cento. La distanza dal traguardo è quindi al massimo di ventotto punti, e si colmerà soprattutto con cloud e dati, non con l’IA.

Una cautela: la pagina della Commissione scrive «EU enterprises» senza indicare la soglia dimensionale, e la nota metodologica non è stata raggiungibile. Prima di confrontare quel 20 per cento con un dato italiano, la soglia va verificata.

Tre numeri italiani per la stessa domanda

In Italia ci sono almeno due rilevazioni serie sull’adozione dell’IA, e danno numeri lontanissimi.

L’Istat, nel comunicato Imprese e Ict del 15 dicembre 2025, scrive: «Nel 2025, il 16,4% delle imprese con almeno 10 addetti utilizza almeno una tecnologia di Intelligenza Artificiale (IA)», in crescita «dall’8,2% del 2024 al 16,4% del 2025». Il dettaglio dimensionale è netto: le imprese maggiori passano «dal 32,5% del 2024 al 53,1%», mentre per le piccole e medie «l’utilizzo comunque raddoppia, passando dal 7,7% al 15,7%».

La Banca d’Italia, nelle Questioni di Economia e Finanza n. 1009 di giugno 2026, misura la stessa cosa e trova il doppio: «la quota di imprese che utilizzano strumenti di IA» si attesta «al 32 per cento all’inizio del 2026». Il motivo sta nella riga che descrive il campione: «Secondo i risultati dell’indagine Invind condotta dalla Banca d’Italia sulle imprese con almeno 20 addetti».

Soglia diversa (dieci addetti contro venti), anno diverso (2025 contro inizio 2026), domanda formulata in modo diverso. Nessuno dei due numeri è sbagliato e non sono in contraddizione: rispondono a domande distinte. Metterli nella stessa frase, invece, produce un’affermazione falsa.

Il numero che dice di più, però, è un terzo, nello stesso documento della Banca d’Italia: «l’utilizzo intensivo della tecnologia è più contenuto (5 per cento)». Cinque per cento contro trentadue. E la conseguenza, sempre citata dagli autori: «Nel breve periodo, tuttavia, non emergono ancora effetti significativi sulla produttività a livello di impresa». Se un’impresa su tre ha un abbonamento e una su venti lo usa in modo continuativo, l’assenza di effetti misurabili sui conti non è un mistero.

Tre domande prima di citare un dato di adozione

Quali imprese: qual è la soglia di addetti, e il settore finanziario è incluso o escluso? Quale anno: la data di uscita del comunicato non è l’anno a cui si riferiscono i dati. Che cosa conta come uso: una licenza attiva, un impiego dichiarato, un impiego intensivo? Due indagini con soglie diverse non si confrontano, e non si sottraggono. Se una di queste tre informazioni manca, il numero serve per orientarsi, non per decidere.

Il collo di bottiglia sono le persone

Sul fronte delle competenze i documenti europei e quelli italiani dicono la stessa cosa, ed è la parte del quadro che merita più attenzione delle percentuali di adozione.

La decisione del 2022 fissa due traguardi: «at least 80 % of those aged 16-74 have at least basic digital skills» e «at least 20 million ICT specialists are employed within the Union», aggiungendo di promuovere «the access of women to this field». Il pacchetto 2026 della Commissione misura il primo così: «more than 60% of Europeans now have at least basic digital skills», più del 60 per cento contro un traguardo dell’80.

Sul secondo, la stessa pagina scrive: «ICT specialists represent only 5% of employment in 2025, half of the 2030 target of 10%», e aggiunge «with women accounting for less than 20% of ICT specialists». Da notare la differenza di unità di misura: la decisione fissa un traguardo in valore assoluto, venti milioni di persone; la Commissione, nel monitoraggio, lo esprime come quota dell’occupazione, il 10 per cento. Le due formulazioni convivono nei documenti ufficiali e qui si riportano entrambe senza stabilire quale sia quella buona.

Dal lato italiano, il vincolo è già visibile nei dati delle imprese: secondo l’Istat «la mancanza di competenze adeguate frena l’adozione dell’IA in quasi il 60% delle aziende» che hanno valutato un investimento e poi non l’hanno fatto. Il freno dichiarato non è il prezzo del software.

I soldi hanno una data

Il rapporto 2026 contabilizza anche la spesa pubblica e privata messa in campo dagli Stati: «1 934 measures worth EUR 289.3 billion, including EUR 205.9 billion from public budgets», cioè 1.934 misure per 289,3 miliardi di euro, di cui 205,9 da bilanci pubblici. Subito dopo arriva l’avvertenza: «Almost half of the public funding included in National Digital Decade Roadmaps is expected to be phased out» entro la fine del 2026, e «funding continuity is critical».

Nello stesso quadro, un secondo divario strutturale: «the EU accounts for only 9% of the global semiconductor market, well below the 2030 target of 20%». E un appuntamento già fissato: «In 2027, the Commission will also review the Digital Decade Policy Programme targets».

Cosa puoi fare

Se stai valutando dove sei rispetto al resto, smetti di usare il 75 per cento come metro: quasi certamente lo soddisfi già, e lo soddisfi col cloud. Guarda invece le tre voci separate, perché ognuna corrisponde a una spesa e a una competenza diverse, e perché il salto difficile è il terzo.

Se un fornitore o una presentazione ti mettono davanti una percentuale di adozione, chiedi le tre informazioni del riquadro qui sopra: parecchi di quei numeri non sopravvivono alla domanda sulla soglia dimensionale.

Se vuoi un indicatore interno che somigli al 5 per cento della Banca d’Italia e non al 32, misura l’uso intensivo: quanti processi hanno un responsabile, una procedura scritta e una misura di esito, non quante licenze sono attive. È anche l’unico modo per capire se la spesa sta producendo qualcosa.

Se la tua adozione dipende da un bando, controlla sulla documentazione della misura la data di chiusura della linea di finanziamento: quasi metà dei fondi pubblici censiti è attesa in uscita entro la fine di quest’anno, e un progetto tarato su un contributo che scade a dicembre si dimensiona diversamente da uno che cammina con mezzi propri.

E se devi scegliere fra una licenza in più e trenta ore di formazione interna, i documenti europei e quelli italiani indicano la stessa direzione: le competenze sono la voce in cui l’Europa è più lontana dal suo traguardo, ed è la stessa che le imprese italiane dichiarano come ostacolo quando rinunciano a investire.